In quest’opera, il vetro smette di essere un semplice supporto per trasformarsi in una soglia psicologica. La tecnica della lavorazione bifacciale crea un dialogo serrato tra la matericità del fronte e l’evanescenza del retro, dando vita a un’immagine che vive di trasparenze e contrasti.
Sulla faccia anteriore, i pastelli ad olio sono stesi per delineare la figura di un bambino africano in un momento di sosta, poggiato su un tronco d'albero. Tuttavia, la stesura non è totale: numerosi "fori" cromatici restano come varchi aperti attraverso i quali la luce filtra e rivela il retro dell'opera.
Sul verso, un velo di inchiostri acrilici accenna un contesto ambientale rarefatto. Questa stratificazione conferisce all'insieme un’essenza eterea e precaria: la figura del bambino non appare come un volume pesante, ma come un’entità fragile e vibrante, definita tanto dal colore quanto dal vuoto.
Il fulcro dell’intera composizione è lo sguardo. Gli occhi del bambino non cercano compassione, ma stabiliscono un confronto diretto e magnetico con lo spettatore. È un’espressione che responsabilizza: il soggetto sembra osservare chi lo guarda con una consapevolezza lancinante, chiedendo conto della propria condizione e della posizione di chi osserva.